Roma, 31 gennaio 2026 – La TARI, ovvero la tassa sui rifiuti, è una voce fissa per milioni di cittadini e imprese in tutta Italia. A pagare sono tutti i proprietari o chi detiene immobili capaci di produrre rifiuti, senza guardare all’effettivo utilizzo. Ogni anno, quindi, la tassa coinvolge famiglie, aziende, negozi e professionisti. Ma cosa dice la legge? E quali regole bisogna rispettare?
TARI: chi la paga davvero e perché
La legge nazionale stabilisce che la TARI è parte dell’imposta unica comunale. Il suo scopo è semplice: coprire i costi per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti urbani. Come spiega Roberto Serra, responsabile tributi locali del Comune di Bologna, “non conta se l’immobile viene usato o meno. Basta che sia in grado di produrre rifiuti, anche se vuoto o abbandonato”.
Quindi, chi ha un appartamento, un negozio, un ufficio o anche solo un magazzino deve pagare la tassa. Ci sono alcune eccezioni decise dai regolamenti comunali, ma sono rare.
L’importo varia da Comune a Comune ed è calcolato sulla base di parametri come la superficie dell’immobile e il numero degli abitanti – per le case – oppure in base al tipo di attività per le imprese. Alcune categorie hanno diritto a sconti o esenzioni: ad esempio chi dimostra che l’immobile non è collegato alle utenze o che è inutilizzabile.
Quando e come si paga
Ogni Comune decide le proprie scadenze per la TARI: spesso si tratta di due o tre rate distribuite tra maggio e dicembre, ma non mancano quelli che preferiscono un unico pagamento annuale. Nel 2026 il Comune di Roma ha fissato la prima rata al 16 maggio e la seconda al 30 novembre. Si paga tramite bollettini postali precompilati, avvisi PagoPA o sistemi online.
“In genere la riscossione è gestita direttamente dal Comune,” dice Sara Monti, consulente fiscale di Milano, “ma in qualche zona si affidano ancora a società esterne”. L’avviso arriva via posta tradizionale o email se si è scelto il servizio digitale. Chi non paga rischia multe e interessi calcolati secondo le norme vigenti.
Le polemiche sulle tariffe troppo alte
La TARI è spesso al centro delle proteste dei cittadini e delle associazioni consumatori. Il nodo più caldo? Il divario tra quanto si paga e il servizio ricevuto davvero. “Paghiamo cifre alte ma i cassonetti sono sempre pieni,” si lamenta Franco Palumbo, portavoce del Comitato Quartiere Torrino a Roma, durante una recente assemblea.
Non solo: alcuni Tribunali amministrativi hanno dato ragione a chi ha dimostrato che in certe zone – soprattutto in aree rurali o periferiche – il servizio di raccolta non c’è mai stato. In questi casi i proprietari hanno ottenuto l’esenzione dalla tassa. Ma restano casi isolati.
Seconde case e immobili vuoti: cosa cambia
Tra i temi più dibattuti ci sono le seconde case o gli immobili lasciati vuoti a lungo. La legge dice chiaramente che anche su questi va pagata la TARI se l’immobile è collegato alle utenze (luce, acqua) e non è privo degli arredi essenziali. Solo una dichiarazione di inagibilità – come danni strutturali – può far scattare l’esenzione totale.
Chi possiede più immobili deve quindi mettere in conto più bollettini da pagare. Non mancano situazioni complicate: chi eredita una casa disabitata ma ancora “a norma” deve regolarizzare i pagamenti anche dopo anni. In questi casi i Comuni applicano la tassa anche retroattivamente.
Il futuro della TARI tra cambiamenti e raccolta differenziata
Il sistema della TARI potrebbe cambiare presto? Secondo il Ministero dell’Ambiente si sta lavorando a una revisione che premi chi produce meno rifiuti o differenzia meglio. Alcuni Comuni sperimentano già tariffe “puntuali”, cioè basate sulla quantità effettiva di rifiuti conferiti: un metodo che secondo Legambiente potrebbe alleggerire il carico fiscale su chi rispetta l’ambiente.
“Serve più equità e trasparenza,” commenta Marco Vignati di Cittadinanzattiva, “altrimenti rischiamo di penalizzare proprio chi fa la sua parte.” Il dibattito resta aperto: nei prossimi mesi ci saranno incontri tra Governo, enti locali e rappresentanti dei contribuenti.
Intanto però la TARI resta un obbligo inevitabile per chi ha un immobile in Italia: con scadenze precise e poche vie d’uscita dalle regole stabilite dai singoli Comuni.








